Qualche giorno fa l’osservatorio sui cronisti minacciati ha lanciato un appello ai media a non dimenticarsi dei cronisti minacciati e soprattutto delle mafie del nord. Perché la criminalità organizzata non è un problema solo meridionale. E soprattutto non coinvolge persone solo del sud. Poche volte i giornali si occupano di Giulio Cavalli. Qualche testata giornalistica ha preso a cuore la sua storia. Molte altre, no.
La cronaca italiana deve occuparsi di altre storie: la politica sembra darci ogni giorno nuovi spunti (che purtroppo nulla hanno a che vedere con la politica vera). E quando non c’è la politica, si può parlare di economia, sempre e solo dando le buone notizie.
Giulio Cavalli è milanese, classe 1977, e a vederlo così si potrebbe pensare che non abbia nulla a che vedere con la mafia e la camorra. E invece proprio dalla mafia è stato minacciato, più di un anno e mezzo fa, per aver preso in giro Bernardo Provenzano in alcuni spettacoli di piazza in Sicilia e in Lombardia.
Così dopo la camorra che minaccia uno scrittore ora in Italia abbiamo la mafia che minaccia un regista. Per giunta del nord, quindi siamo in totale par condicio, una volta tanto.
La sua città però non ha reagito in modo particolare, intorno a lui si è sviluppato il silenzio. E' grave che non si riesca a reagire altrimenti e che tutto ciò, invece di produrre solidarietà, sostegno, protezione collettiva di una voce libera e coraggiosa, produca l'isolamento della vittima di un'ingiustizia. Questo silenzio, questa disattenzione può esserci solo perché, purtroppo, molti italiani, (ma soprattutto molti giornalisti, anche del Nord) pensano che in questa storia se c'è uno che ha sbagliato, questi è Giulio Cavalli, il quale, secondo questo modo di pensare e una formula molto usata "se l'è cercata".
Giulio Cavalli, quindi, se l’è cercata, come Roberto Saviano, come Lirio Abbate, come Rosaria Capacchione, diversamente da quelli che parlano di altro o fanno finta che la mafia non esista. Perché il problema più grande, oggi, nel giornalismo, è proprio l’autocensura.
Quella a cui l’attore-regista non vuole cedere. Lui, sotto scorta da quando il suo spettacolo Do Ut Des ha dato fastidio ad alcuni boss della malavita organizzata (che gli hanno inviato minacce di morte), nel suo ultimo spettacolo, presentato a Milano, parlava dell’emergenza malavita nel capoluogo lombardo. “A cento passi dal Duomo” si intitola il recital, i cento passi che ricordano Peppino Impastato ma che, invece, raccontano la Milano (ormai vicina all’Expo 2015) sotto il controllo della malavita. Già il procuratore generale antimafia, Vincenzo Macrì, nel 2008 aveva affermato che “Milano è oggi la vera capitale della ‘ndrangheta e, tuttavia, la politica sembra non accorgersene”.
Però c’è voluto di nuovo un attore per parlare del problema, solo perché gli altri “fanno finta di non vedere”. Cavalli ha dato fastidio alla mafia perché loro “hanno il terrore della parola, e la paura li porta a rispondere con gesti significativamente imbarazzanti”. Perché la mafia si combatte solo con la cultura, per questo i suoi spettacoli danno fastidio, perché informano, spiegano e lo fanno con il linguaggio affascinante del teatro.
Oggi continua a denunciare le collusioni e infiltrazioni mafiose con RadioMafiopoli una rubrica in onda su AgoraVox Italia in cui si prende la briga di “sfottere” la mafia. Perché disonorare la mafia è una questione d’onore.
Ma in un’Italia che scende sempre a compromessi, la figura di un uomo che decide di reagire invece di entrare nel vizioso circolo del non vedo non sento, sembra strana. Così c’è chi gli chiede chi glielo ha fatto fare “di uscire dai binari comodi delle storielle teatrali”.
E sembra non aver capito che vincere il tabù di parlare di mafia, camorra, malavita organizzata serve per mettere in difficoltà la criminalità. Mentre la politica si occupa dei problemi inesistenti.
Marianna Lepore
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