
Perché? E’ la domanda a cui dal 25 luglio dello scorso anno Maria, mamma di Manuel Eliantonio, morto a 22 anni nel carcere Marassi di Genova, chiede una risposta. Nonostante sia passato quasi un anno, a Maria non è dato ancora conoscere le cause che hanno portato al decesso di suo figlio. “A 10 mesi dalla sua morte – scrive sul suo blog – non mi è dato di sapere chi ha reso il corpo di mio figlio irriconoscibile, su quali basi gli sono stati somministrati forzatamente farmaci letali, quando mi sarà concesso di avere l’autopsia completa ufficiale sulle cause della morte".
Manuel si trovava in carcere per scontare una condanna per resistenza a pubblico ufficiale. La notte del 23 dicembre del 2007 era in macchina con quattro amici quando la loro auto viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della Torino – Savona. Dalle analisi a cui i ragazzi vengono sottoposti, risulta che hanno assunto cannabis, cocaina e anfetamina. Manuel è l’unico che reagisce al fermo tentando di scappare e l’unico ad essere portato in carcere, dopo essere passato per la caserma di Savona. Viene scarcerato il 16 gennaio, quando gli vengono concessi gli arresti domiciliari in attesa del giudizio. Il 25 marzo torna in carcere a Savona per non aver rispettato gli obblighi di dimora e da quel momento, viene trasferito quattro volte: Chiavari, Torino, di nuovo Savona e infine Genova, dove resterà fino al 25 luglio 2008, giorno della sua morte.
Il referto del medico del carcere parla di decesso causato da «dinamica non definita e patologia non identificata». Il giorno dopo i giornali scrivono di un tossicodipendente morto in carcere dopo un’intossicazione da gas butano, sostanza che spesso i detenuti usano per sostituire altre droghe. Una versione dei fatti rilasciata dal carcere, ma che non sembra assolutamente stare in piedi. E’ vero infatti che Manuel aveva problemi di droga – da cui stava tentando di uscire: da qualche mese era infatti in cura presso il Sert - ma quando Maria all’obitorio, dopo le resistenze iniziali del personale del carcere, riesce a vedere il corpo di suo figlio, nota che è completamente coperto di lividi, con chiare tracce di sangue che dal naso salgono verso fronte e capelli. Segni che non può essere di certo stato il gas a lasciare, tanto più che Manuel ne era terrorizzato da quando era bambino, a causa di un incendio al forno di casa. “Da allora – spiega Maria - non si avvicinava più alla cucina, non ricaricava neanche un accendino”. Lo stesso Manuel, appena cinque giorni prima di morire, in una telefonata alla nonna aveva denunciato percosse e violenze subite in carcere. La telefonata viene però bruscamente interrotta dal centralino. Dopo quattro giorni Maria riceve una lettera, dove il ragazzo scrive “mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li risputo ma se non li prendo mi ricattano”. Il giorno dopo la terribile notizia della morte.
Una vicenda in cui nessuno sembra vederci chiaro, tant’è che lo stesso Consiglio Regionale della Liguria lo scorso ottobre ha votato all’unanimità un ordine del giorno che impegnava il Presidente e la Giunta ad intervenire presso le autorità di governo affinché venisse immediatamente avviata una commissione parlamentare d'inchiesta per fare chiarezza sulle cause della morte di Manuel. Ma fino ad oggi poco si è mosso. Maria aspetta ancora una verità che, anche se non le restituirà più Manuel, almeno servirà a fare giustizia. Aspetta ancora il momento in cui "la legge sarà uguale per tutti”.
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I blog dedicati a Manuel dalla mamma Maria:
Morire a 22 anni ucciso nel Marassi di Genova
Ucciso a 22 anni - per Manuel Eliantonio
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Commenti
Scritto da Redazione
Sabato 27 Giugno 2009 17:53
Il presidente dell’Italia dei Diritti annuncia: “Da questo momento il nostro movimento contribuirà alla ricerca della verità attivando i responsabili territoriali di Genova e della Liguria”
http://www.italymedia.it/notizie/attualita-e-cronaca/2458-morte-manuel-eliantonio-de-pierro-chiede-chiarezza
Qui ci ammazzano i figli. Questa è l'Italia che siamo condannati a vivere. Ammazzano i nostri figli, e con loro anche noi. A Trieste mio figlio, Giulio Comuzzi, lavorava con i leggendari psichiatri quel giorno; nessuno, ripeto, NESSUNO ha mai voluto dirci cosa gli è successo, cosa gli hanno fatto.
Riccardo Rasman; saluta i genitori e un'ora dopo muore massacrato dentro casa sua da dieci fra vigili del fuoco e poliziotti. Ma il tribunale decide che NESSUNO debba pagare un giorno di prigione.
Cosa fanno le autorità? Indagano noi. Perchè? Perchè guai se alziamo la voce. Io sono stato trascinato in tribunale da LORO. Sono LORO che hanno potuto farmi convocare da un giudice in pochi giorni; io dopo tre anni non ho nessuna notizia delle mie denunce. Sono IO che continuo ad essere indagato, perseguitato. Come continuo a vedere con i miei occhi la persecuzione alla famiglia Rasman. Maria, sono le VITTIME che vengono perseguitate.
L'anno scorso un giornale ha fatto un reportage sui soprusi gravissimi che una maestra e sua figlia hanno subito dagli psichiatri, qui a Trieste. Ebbene, i politici hanno organizzato una grandiosa manifestazione e una campagna di stampa; ma non per solidarietà alle vittime, bensì per LORO, per gli autori dei soprusi. E' stato un linciaggio delle vittime.
A Trieste le istituzioni strappano i bambini dalle braccia delle mamme che li allattano, e spariscono per sempre, non si sa dove. E il tribunale? Ma è lo stesso TRIBUNALE che fa questo!
Il parlamento dov'è?
Maria, la sorte subita dai nostri figli ci rende fratelli e sorelle.
Mario Comuzzi