
Da ieri sera credere nella giustizia è diventato più difficile. No, non è una frase retorica, è soltanto l’amara considerazione di chi pensava che, nel nostro Paese, non si potesse commettere un omicidio e cavarsela con una pena di sei anni di reclusione che, almeno per ora, non sarà nemmeno scontata in carcere.
E invece, quella che sembrava un’ipotesi poco probabile, ha preso sempre più forma man mano che i giudici della Corte d’Assise di Arezzo leggevano la sentenza nei confronti di Luigi Spaccarotella, il poliziotto che l’11 novembre 2007 provocò la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, all’area di servizio di Badia al Pino. In quella tragica domenica mattina, all’autogrill aretino, una pattuglia della polizia stradale decise di intervenire in seguito ad una rissa tra tifosi laziali e juventini, pur trovandosi sulla carreggiata opposta: Luigi Spaccarotella impugnò la pistola d’ordinanza e fece fuoco, colpendo al collo Gabriele Sandri, 28 anni, che morì quasi all’istante.
Quattordici anni era stata la pena richiesta dal Pubblico Ministero del processo, che si è aperto lo scorso 20 marzo: il massimo della pena, con la concessioni delle attenuanti generiche, per il reato di omicidio volontario. Volontario, infatti, era stato considerato il gesto dell’agente, anche in seguito alle ricostruzioni fornite da ben cinque testimoni , i quali hanno sempre detto di aver visto l’agente fermarsi, impugnare la pistola con due mani, prendere la mira e sparare. Versioni concordanti tra loro, a differenza di quelle dell’imputato, che invece ha fornito agli inquirenti ricostruzioni diverse e, in alcuni casi, contraddittorie. Evidentemente ciò non è bastato perché, alla fine, è stata accolta la richiesta della difesa che, sostenendo la tesi della deviazione del colpo da parte del guard rail, aveva chiesto la derubricazione del reato da omicidio volontario a omicidio colposo. Un’eventualità, quest’ultima, che era sembrata poco probabile e che invece ha preso corpo a sorpresa durante la lettura della sentenza. La decisione dei giudici ha sollevato perplessità e insoddisfazioni bipartisan nel mondo politico, ha mandato su tutte le furie i tifosi laziali e gli amici di Gabbo presenti in aula e ha gettato nello sconforto la famiglia Sandri. «Con quale coscienza i giudici hanno fatto una cosa del genere? Stasera, quando andranno a casa, come faranno a guardare i loro figli?» è stato il primo commento della madre di Gabriele, mentre papà Giorgio ha definito la sentenza «una vergogna per l‘Italia».
Una vergogna che rischia di diventare un pericoloso precedente e che rischia di acuire i già tesi rapporti tra tifoserie e forze dell’ordine: già la sera stessa della morte di Gabriele, infatti, bande di ultrà avevano dato vita ad un’ingiustificabile assalto a caserme e commissariati di Roma. Episodi che si sono verificati, per fortuna in tono minore, anche la scorsa notte, poche ore dopo la lettura della sentenza, quando un mezzo della polizia e una caserma dei carabinieri nei pressi di Ponte Milvio sono stati bersagliati dal lancio di sassi e bottiglie. La speranza è che non resti inascoltato l’appello di Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, che davanti alla rabbia degli ultrà ha detto: «Basta, facciamola finita. Non uccidiamo per una terza volta Gabriele», ma davanti ai microfoni non ha nascosto tutta la sua amarezza: «Oggi l’assassinio di mio fratello, ucciso da un agente che è stato visto mirare e sparare con le mani giunte è stato equiparato, come omicidio colposo, a un incidente stradale. E’ una pagina nera della storia italiana. Mi auguro che la giustizia ci sia in secondo grado». Un gesto di grande civiltà da parte di chi, nonostante tutto, ha ancora fiducia nella giustizia.
Enza Civale
Enza Civale
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